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Archive for the ‘Letteratura’ Category

Un leone, una mucca, una capretta e una pecora strinsero un patto: consisteva nel cacciare insieme una preda e dividerla in quattro parti per ciascuno di loro.

Dopo lunghe ore di corsa e fatica, riuscirono a catturare un cervo. Il leone lo divise, così, in quattro parti ed esclamò: “Cari, io mi prendo la prima parte perché mi chiamo Leone, la seconda perché sono il più forte, la terza mi spetta in quanto sono vostro alleato e guai a chi osa toccare la quarta”.  I suoi compagni, sentendo queste parole, rimasero immobili di fronte all’arroganza del leone.

La mucca, la capretta e la pecora, così, rimasero a bocca asciutta.

Morale: l’alleanza con un potente è cosa quanto mai pericolosa e imprudente.

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Da alcune ore, un lupo aveva conficcato nella gola un osso. Cercava più volte di levarlo, ma inutilmente. Così decise di chiamare aiuto, gridando a squarciagola che chi fosse riuscito ad aiutarlo, avrebbe ricevuto una grossa e generosa ricompensa.

Provarono in molti, ma fu tutto inutile, l’osso rimaneva lì. Decise di farsi avanti, alla fine, una gru, confidando nel suo lungo collo per riuscire ad arrivare a toglierlo. E ci riuscì. L’uccello, allora, disse al lupo: “ora vorrei la mia ricompensa”. “Certo che sei un’ingrata, cara gru! Dovresti ringraziarmi del fatto che, avendo il tuo collo all’interno della mia vorace bocca, io non ti abbia mangiata!”, rispose il lupo.

Morale:

colui che pretende una ricompensa da un disonesto, sbaglia due volte: primo, perche’ aiuta persone non degne, secondo, perche’ certamente non rimarra’ impunito.

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Nell’antica Roma vivevano tre buoi. Essi erano molto amici, fin dall’infanzia.

Un giorno conobbero un leone, molto astuto e furbo. Egli, essendo molto affamato, escogitò un piano per dividerli e mangiarseli quando si trovavano da soli. Così fece in modo che i litigi scoppiassero all’interno del gruppo, facendoli istigare tra di loro con ingiurie ed offese. Il leone riuscì così a separarli e a sbranarli indisturbato ed uno alla volta.

Soddisfatto della propria astuzia e orgoglioso del proprio lavoro, si allontanò alla ricerca di nuove prede.

Morale: se vuoi una vita priva di pericoli, non dar retta a chi non conosci, ma piuttosto presta fede agli amici e fai in modo di conservarli.

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“Inventiamo dei numeri?”
“Inventiamoli, comincio io. Quasi uno, quasi due, quasi tre, quasi quattro, quasi cinque, quasi sei”.
“E’ troppo poco. Senti questi: uno stramilione di biliardoni, un ottone di millantoni, un meravigliardo e un meraviglione”.
“Io allora inventerò una tabellina:
– tre per uno Trento e Belluno
– tre per due bistecca di bue
– tre per tre latte e caffè
– tre per quattro cioccolato
– tre per cinque malelingue
– tre per sei patrizi e plebei
– tre per sette torta a fette
– tre per otto piselli e risotto
– tre per nove scarpe nuove
– tre per dieci pasta e ceci.
“Quanto costa questa pasta?”
“Due tirate d’orecchi”.
“Quanto c’è da qui a Milano?”
“Mille chilometri nuovi, un chilometro usato e sette cioccolatini”.
“Quanto pesa una lagrima?”
“Secondo: la lagrima di un bambino capriccioso pesa meno del vento, quella di un bambino affamato pesa più di tutta la terra”.
“Quanto è lunga questa favola?”
“Troppo”.
“Allora inventiamo in fretta altri numeri per finire. Li dico io, alla maniera di Modena: unci dunci trinci, quara quarinci, miri miminci, un fan dès”.
“E io li dico alla maniera di Roma: unzi donzi tenzi, quale qualinzi, mele melinzi, riffe raffe e dieci”.
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Tre pulcini andando a spasso

incontrarono una volpe
che venendo passo passo
leggiucchiava il suo giornale.
“Buonasera Signorina”,
disser subito i piccini;
“Buonasera miei carini;
e di bello che si fa?”
“Poiché mamma è andata fuori
siamo usciti dal pollaio;
vogliam fare un po’ i signori
e girar di qua e di là”
“Bravi, bravi, ma davvero?
Voglio stringervi la mano”
sì dicendo si appressò:
glù glù glù se li mangiò.

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C’era una volta un corvo pieno di superbia. Un giorno trovò delle penne di un pavone per terra. Abbagliato dalla bellezza di esse, le raccolse e se le attaccò alla sua coda, rinnegando i suoi simili.

Lasciò il paese dei corvi per andare in quello dei pavoni. Qui, però, fu smascherato e deriso. Così ritornò al suo paese nativo, umiliato e ferito.

Incontrò un corvo, un tempo suo amico, che gli disse: “tu qui non sei il benvenuto, hai rinnegato la tua famiglia per appartenere ad un’altra e non hai saputo accettare cosa ti ha dato la natura, guardandoci dall’alto in basso”.

Il corvo superbo, sentendo queste parole, rimasto solo e senza amici, decise di emigrare il più lontano possibile.

Morale: chi desidera essere ciò che non è, e non apprezza ciò che ha, sarà costretto prima o poi a subire umiliazioni e vergogna. Quindi restate come siete, non cercate di essere qualcun altro!

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C’era una volta una regina, seduta su una seggiola, immersa nella foresta vicino al castello, durante una giornata di neve. Stava ricucendo un vestito con ago e filo quando si punse un dito: da esso scesero tre gocce di sangue. Vedendo la bellezza riprodotta dal sangue rosso e dalla neve bianca, esclamò: “oh, quanto mi piacerebbe avere una figlia dai capelli neri, le labbra rosse e la carnagione bianca come la neve!”. Poco dopo diede alla luce una bambina, chiamata Biancaneve. Purtroppo però, lei morì giorni dopo. Il padre si risposò con una donna. Era molto bella, ma anche molto cattiva e invidiosa della bellezza di Biancaneve. Ogni giorno chiedeva al suo specchio: “Specchio, specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame?” e, questo, puntualmente le rispondeva “tu, mia bellissima regina”.

Intanto però la ragazza cresceva, e con lei anche la sua bellezza, tanto che fu costretta a vestirsi di stracci e a servire la regina come fosse una serva, ma questo fu tutto inutile, era sempre lei la più bella, affermato anche dallo specchio. La principessina svolgeva tutti i suoi compiti senza mai lamentarsi con qualcuno. Solo un desiderio aveva espresso a delle colombe: voleva trovare un ragazzo che la ami. Le colombe, così, la portarono davanti ad un pozzo magico, in cui doveva esprimere il suo desiderio e, se sentiva l’eco, esso veniva realizzato. Biancaneve lo espresse e, dopo aver sentito l’eco, se ne andò tutta contenta. La regina, che aveva visto e ascoltato tutto, si arrabbiò così tanto che chiamò il suo fidato guardiacaccia e gli ordinò di rapire la principessa, portarla in un bosco e ucciderla. Infine doveva riportarle il suo cuore, per dimostrare che aveva eseguito il suo compito. All’interno della foresta egli non riuscì a portare a fondo l’obiettivo e la intimò di scappare il più lontano possibile. Lui avrebbe ucciso un cerbiatto e preso il suo cuore da dare alla regina.

Biancaneve corse velocemente fino a raggiungere una radura, dove si trovava una graziosa casetta. Dal suo interno, ella potè dedurre che ci vivevano sette bambini senza mamma. C’erano sette piccole sedie, sette piattini sporchi, sette camicine sporche e tante ragnatele e polvere. Dopo aver pulito il tutto, andò nelle camere, in cui trovò scritto su ciascun letto un nome: Dotto, Pisolo, Gongolo, Mammolo, Eolo, Cucciolo e Brontolo. “Che strani nomi!”, pensò Biancaneve. Sfinita dal duro lavoro, si sdraiò in uno di essi e si addormentò. Nel frattempo, i proprietari della casetta, sette nanetti che lavoravano nella miniera d’argento, tornarono a casa. Decisero di tenerla con sè, avvisandola di stare attenta poichè nelle vicinanze abitava una strega cattiva. Per Biancaneve iniziò un periodo sereno e felice insieme ai nani e a contatto della natura. Ma un brutto giorno la regina consultò di nuovo lo specchio, “specchio, specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame?”. “Al di là dei sette monti, al di là delle sette valli c’è la casa dei sette nani, in cui vive Biancaneve che è ancora più bella di te” rispose. La regina, infuriata, decise di andare lei stessa ad ucciderla. Prese una mela, la immerse in un calderone pieno di veleno e, trasformandosi in una vecchia mendicante, andò dai nani e dalla principessa.

Biancaneve la fece entrare molto volentieri in casa, offrendole una fetta di torta che aveva preparato. La vecchietta in cambio le diede una mela.  La fanciulla, mordendola, cadde per terra addormentata. Soltanto il bacio del vero amore poteva svegliarla, ma la regina, essendo convinta che i nani, vedendola, l’avrebbero sepolta, non se ne preoccupò.

Al loro ritorno, i sette nanetti piansero molto ma non la seppellirono, volevano averla sempre con loro. La misero in un letto, circondato da del cristallo.

Un giorno, in quel paesino passò un principe, su un cavallo nero. Udì molti voci provenienti dagli abitanti: una bellissima ragazza era chiusa in un letto e non sapevano il motivo. Il ragazzo, sperando che sia la ragazza di cui un bel giorno ne ebbe una visione, andò a vedere. Con suo immenso stupore, era proprio lei! Molto delicatamente sollevò il coperchio di cristallo e sfiorò le labbra della ragazza con le sue, in un dolce e tenero bacio d’addio. Biancanave, però si svegliò e da quel momento vissero tutti felici e contenti!

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Tanto tempo fa, in un castello, vivevano un re con la sua graziosa regina. Da tanto tempo aspettavano un figlio, finchè arrivo. Una deliziosa bambina, che chiamarono Aurora, come la dea del mattino. Per festeggiare la sua nascita, il re diede una festa: invitò cavalieri, dame, re e regine di altri regni, cittadini e contadini. Re Umberto, che regnava in un territorio vicino, arrivò insieme a suo figlio, il Principe Filippo. Essi, che da tempo desideravano unire i loro regni grazie ad un matrimonio, annunciarono il fidanzamento di Aurora e di Filippo.  La festa stava procedendo bene, quando da un raggio di sole scivolarono all’interno tre fatine. Volarono ovunque, fino ad arrivare da Aurora. “Piccola Principessa, il mio dono sarà la bellezza” disse Flora, mentre dalla sua bacchetta fuoriuscivano spruzzi di scintille di polvere magica. “Piccola Principessa, il mio dono sarà una voce dolcissima” disse Fauna. Ma proprio quando la terza fata, Serena, stava per dare il suo dono di felicità alla piccola, apparve Malefica, la strega cattiva, molto adirata per non essere stata invitata. “Anch’io farò un dono alla bambina. All’età di sedici anni si pungerà con un fuso di un arcolaio, e morirà” esclamò. La madre, spaventata, prese Aurora in braccio e se la strinse forte al petto, come per proteggerla. “Non si preoccupi, Regina. Io devo ancora dare il mio regalo e, anche se non posso annullare la maledizione, posso fare qualcosa” affermò sicura di sè Serena, “quando compirà sedici anni, si pungerà con un fuso ma, invece di morire, si addormenterà finchè non le verrà dato un vero bacio d’amore!”.

Il giorno dopo, il re fece bruciare tutti gli arcolai presenti nel castello, per sicurezza, ma le fatine sapevano che non era abbastanza, così presero Aurora e la portarono in una casa di campagna. Qui fu ribattezzata Rosaspina e non le fu detto niente delle sue origini.

Arrivò, dunque, il giorno del suo sedicesimo compleanno. Serena, Flora e Fauna decisero che era il momento di riportarla al castello, così la mandarono nel bosco, alla ricerca di qualche bacca, mentre loro preparavano il vestito e la torta. Dopo la sua partenza, si misero all’opera, ma venne un totale disastro. Per riparare ai danni, decisero di ricorrere alla magia, nonostante sapessero che, una volta usata, Malefica sarebbe venuta a conoscenza del loro nascondiglio. Infatti, proprio in quel momento, stava volando sopra alla casetta un corvo della strega cattiva che, vedendo il fumo magico, ritornò velocemente dalla sua padrona e le raccontò tutto.

Nel frattempo, il Principe Filippo, che stava cacciando in mezzo al bosco, udì una voce soave cantare qualcosa. Attratto da essa, si avvicinò e vide qualcosa di magnifico: una ragazza stava cantando e ballando allegramente con gli animali del bosco. Vedendo ciò, decise di unirsi a loro. Essi si innamorarono e si diedero appuntamento alla casetta di Rosaspina.

Ella tornò a casa e raccontò tutto alle tre buone fatine ma anche loro avevano una bella notizia da darle. “Cara, tu in realtà sei la principessa Aurora, e dobbiamo riportarti al castello, da tuo padre, per festeggiare i tuoi sedici anni. Devi dimenticare quel cacciatore, non fa per te” disse Flora. La ragazza annuì, incapace di dire altro e andò con loro al castello. Giunte a destinazione, fu accolta con enormi sorrisi e abbracci. Fu portata, poi, nella sua camera, per riposarsi un po’ dopo il viaggio, dove pianse tutto il tempo.

I re erano entusiasti del suo ritorno, poichè ora potevano esaudire il loro più grande desiderio. Ma l’arrivo del Principe Filippo interruppe tutte le loro fantasticherie. “Padre” cominciò Filippo “ho deciso con chi sposarmi, l’ho conosciuta oggi, è una contadinella. Non voglio sposarmi con la Principessa Aurora”, detto ciò, uscì di corsa per andare all’appuntamento.

In tutto quel tempo, Aurora rimase nella sua stanza a piangere. Ad un tratto, entrò Malefica e con una magia la portò in una stanza della torre, in cui c’era l’unico arcolaio rimasto nel castello, e le ordinò di toccare il fuso. Ella lo fece e, nello stesso istante, cadde a terra addormentata. Le fatine, preoccupate, la cercarono ovunque, finchè non la trovarono. La presero in braccio e la stesero su un enorme letto, in attesa di un principe. Decisero, inoltre, di far addormentare tutto il palazzo, per non destar sospetti sulla principessa.

Filippo, intanto, era stato rinchiuso nella casa di campagna da Malefica, la quale lo schernì dicendogli che Rosaspina non era nient’altro che la principessa e che lui non se ne era accorto e non poteva più fare niente per salvarla. Così dicendo, fuggì via. Serena, Flora e Fauna però lo ritrovarono, lo liberarono e gli diedero la Spada della Verità e lo Scudo della Virtù, per riuscire a uscire da lì e uccidere Malefica. Egli ci riuscì, finchè arrivò al castello. Le fate lo aiutarono con la magia, uccidendo Malefica.

Entrando in questo palazzo, cercò subito Aurora. Quando la ebbe trovata, si avvicinò lentamente e le posò un delicato e tenero bacio sulla guancia. Lei, svegliandosi, rivide il suo innamorato e ne fu entusiasta. Tutta la corte si destò e davanti agli occhi compiaciuti di Re Umberto, Re Stefano e della Regina, Aurora e Filippo cominciarono a danzare… e vissero tutti felici e contenti!

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C’era una volta una fanciulla, figlia di un uomo, il quale dopo che morì la moglie si risposò con una donna, portando in casa anche le sue figlie. Il padre dovette partire per lavoro, così lascio sua figlia insieme alla nuova matrigna e alle sorellastre. Questo periodo di tempo, però, non fu piacevole per Cenerentola (chiamata così perché passava tanto tempo vicino alle ceneri). La trattavano da serva domestica, invece che da principessa.

Un giorno il principe organizzò un ballo, in cui fu invitata tutta la popolazione. Le sorellastre, per impedire che Cenerentola vi partecipasse, le strapparono il vestito che voleva utilizzare, mentre la matrigna le diede una lunga lista di mansioni da svolgere durante la serata.

Cenerentola, avvilita, le esegue in modo impeccabile. Stanca e rattristata, va alla tomba della madre, per piangere per la sua morte e per la sua attuale situazione familiare. All’improvviso, appare una fatina, che le diede l’opportunità di andare al ballo. Le crea un meraviglioso vestito azzurro, una carrozza, proveniente da una semplice zucca. Dopo aver sistemato ogni preparativo, la ragazza parte e giunge al castello, suscitando invidia e ammirazione negli altri partecipanti, in particolare per il principe. Essi ballarono tutta la notte finchè, allo scoccare della mezzanotte, come accordato con la fatina, Cenerentola dovette tornare a casa, senza far sapere al ragazzo il suo nome. Scappando velocemente, ella non si accorge di perdere una scarpetta di cristallo, ma non aveva proprio più tempo, così la lasciò lì.

Il principe la prese in mano e, il giorno dopo, andò di casa in casa per far provare quella scarpetta a tutte le ragazze, per trovare Cenerentola. Giunto a casa di quest’ultima, dopo tante ricerche, la trova. Essi, entrambi contenti, si sposano e vissero felici e contenti.

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C’era una volta una famiglia di orsi, formata da papà orso, mamma orsa e il piccolo orso. Un giorno, aspettando che la colazione si raffreddasse un po’, decisero di fare una passeggiata. Dopo un po’ passò di lì una bambina dai capelli d’oro, chiamata Riccioli d’Oro. Guardò dalla finestra e dal buco della serratura ma non vide nessuno, così entrò. Appena varcata la soglia, vide tre tazze piene di latte. Prima assaggiò la prima, ma era troppo calda. Poi assaggiò la seconda, ma anche questa era troppo calda. Infine passò all’ultima tazza, qui trovò che il latte non era nè troppo caldo nè troppo freddo, ma al punto giusto e lo bevve tutto.

In seguito Riccioli d’Oro entrò nel salotto, in cui c’erano tre sedie. La prima era troppo dura, la seconda era troppo soffice, la terza, invece, non era nè troppo dura nè troppo soffice, così si sedette, rompendola.

Nell’ultima stanza si trovavano tre letti: uno era troppo grande, anche il secondo lo era, mentre il terzo era perfetto, così si sdraiò e si addormentò.

Intanto, i tre orsi tornarono a casa per mangiare la colazione, ma notarono qualcosa di strano. Papà orso vide che nella sua ciotola c’era un cucchiaio. “Qualcuno ha assaggiato il mio latte” gridò. Anche in quella di Mamma orsa c’era, “qualcuno ha assaggiato il mio latte” affermò. Il Piccolo orso, invece, notò che non c’era più latte, “qualcuno ha assaggiato il mio latte e lo ha bevuto tutto!” sussurrò con la sua voce bassa e penetrante.

Si spostarono così in salotto. “Qualcuno si è seduto sulla mia sedia” disse Papà orso dopo aver visto il suo cuscino spostato. “Qualcuno si è seduto sulla mia sedia!” disse Mamma orsa, vedendo il suo cuscino per terra. “Qualcuno si è seduto sulla mia sedia e l’ha rotta” disse il Piccolo orso. Avendo visto ciò che è successo in queste due stanze, andarono nell’ultima per controllare. “Qualcuno si è sdraiato sul mio letto” affermò Papà orso, vedendo il cuscino fuori posto. “Qualcuno si è sdraiato sul mio letto” disse Mamma orsa, notando anche lei il suo cuscino fuori posto. “Qualcuno si è sdraiato sul mio letto e c’è ancora” bisbigliò il Piccolo orso. Riccioli d’Oro, sentendo quelle voci, si svegliò all’improvviso e, spaventata dalla vista degli orsi, scappò via dalla finestra.

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