A pochi passi dal Medio Oriente, le donne afgane vivono senza diritti e senza tutele. Con l’avvento al potere dei talebani, gli integralisti islamici che ancora forse proteggono il “demone saudita”, Osama bin Laden, le donne sono state private di ogni diritto civile e forma di libertà. Prigioniere del burka, il velo che le copre completamente, non possono frequentare scuole o università. Secondo l’interpretazione che i talebani danno alla legge islamica, non è loro consentito camminare per strada se non accompagnate da un uomo, marito o parente. La casa diventa il luogo della loro segregazione. Private anche delle cure mediche, i mariti hanno potere di vita o di morte su di loro. I medici non possono avere contatti con il corpo delle donne che sono perciò obbligate a rivolgersi ad altre donne anche solo per un iniezione. Gli uomini, in genere, possono anche scegliere di lapidare o malmenare una donna, spesso a morte, se osa mostrare solo un centimetro di pelle dal burka. 

Nella Sura 24 versetto 31, cioè in un passo, del Corano si legge: “Le donne si coprano con i veli del capo entrambi i seni, non facciano mostra di ornamenti femminili se non ai mariti” e a una cerchia di familiari. Nella Sura 33 al versetto 59 si legge: “O profeta, dì alle tue spose e alle tue figlie e alle donne dei credenti che si ricoprano dei loro mantelli; essi permetteranno di distinguerle dalle altre donne e di far sì che non vengano offese”.

Sono i versetti del Corano che portano le donne islamiche a coprirsi integralmente o parzialmente secondo l’interpretazione che ne danno. In alcuni Paesi il Corano è seguito con estremo rigore, e le donne che trasgrediscono rischiano condanne e pene gravissime. E quindi, in Afghanistan, Paese in cui il regime talebano ha imposto alle donne di coprirsi integralmente, le donne usano il burka. In altri Paesi di fede islamica è richiesto alle donne, ma senza rigorose imposizioni, di indossare altri tipi di veli che lasciano scoperto il volto ma non i capelli. Tutti questi veli hanno nomi diversi: hijab, più conosciuto con il nome di chador, come viene chiamato in Iran, rusari, nikab, e, nell’Afghanistan, burka.

Sul burka, cioè il velo che copre totalmente la figura, quasi tutti sono contrari. Invece sugli altri veli, hijab, più conosciuto con il nome di chador, rusari, nikab, i pareri sono contrastanti. Su un punto, però, sono tutti d’accordo: se il velo è imposto e, se per le donne che non lo indossano, ci sono condanne gravissime, come in Afghanistan, tutti sono contrari.

Se il velo, anche integrale è una libera scelta della donna, alcune opinioni sono favorevoli. Deeqa Sudi, 37 anni, una ragazza somala di religione islamica laureanda in Farmacia presso l’Università di Genova diceva: “Il Corano obbliga la donna a coprirsi. Ma mettersi il velo è una atto di fede, e nessuna fede è un obbligo”.

Le donne che  indossano il burka, e quindi coperte integralmente, sembrano costrette in una prigione ambulante. E’ atroce, una autentica oppressione. Chi dichiara di adottare volontariamente questi indumenti in realtà è condizionato comunque dalle tradizioni e dalla religione, cose che non si scelgono ma si ereditano dal contesto familiare in cui ci si ritrova a vivere.