La vita artificiale (artificial life, alife o a-life) è lo studio della vita mediante l’uso di analoghi costruiti dall’uomo dei sistemi viventi. L’informatico Christopher Langton ha coniato il termine verso la fine degli anni ottanta quando ha tenuto la prima “Conferenza Internazionale sulla Sintesi e Simulazione dei Sistemi Viventi” (anche nota come Artificial Life I) presso il Laboratorio Nazionale di Los Alamos, nel 1987.

Anche se lo studio della vita artificiale si sovrappone in modo significativo allo studio dell’intelligenza artificiale, i due campi sono molto differenti nella loro storia e nel loro approccio:

  • i sostenitori della vita artificiale forte affermano che “la vita sia un processo che può essere astratto da ogni mezzo particolare” (John Von Neumann). In questo campo è notevole il lavoro di Tom Ray, che ha dichiarato che il suo programma Tierra non simula la vita all’interno di un computer ma la sintetizza.
  • i sostenitori della vita artificiale debole negano la possibilità di generare un processo vitale al di fuori di una soluzione chimica basata sul carbonio e tentano invece di imitare i processi vitali per capire l’apparire dei singoli fenomeni.

È stata costruita in laboratorio la prima cellula artificiale, controllata da un Dna sintetico e in grado di dividersi e moltiplicarsi proprio come qualsiasi altra cellula vivente. Il risultato, pubblicato su Science, è stato ottenuto negli Stati Uniti, nell’istituto di Craig Venter. Si tratta di una svolta epocale nella ricerca.

Con questo nuovo passo il traguardo della vita artificiale è ormai più vicino che mai e si comincia a intravedere la realizzazione di uno dei sogni di Venter: costruire batteri salva-ambiente con un Dna programmato per produrre biocarburanti o per pulire acque e terreni contaminati. Dopo avere ottenuto il primo cromosoma artificiale, la sfida è riuscire ad attivarlo, aveva detto Venter appena due anni fa. Adesso ha raggiunto il suo obiettivo e lo ha fatto unendo, come tessere di un puzzle, i risultati ottenuti negli ultimi cinque anni.

«Si tratta di un traguardo fondamentale dell’ingegneria genetica, non solo per possibili risvolti applicativi, ma anche perché segna la tappa iniziale dell’era post-genomica» commenta il genetista Giuseppe Novelli, preside della facoltà di Medicina dell’Università di Tor Vergata di Roma. «Di fatto Venter ha creato qualcosa che prima non c’era, un batterio prima inesistente, perché il genoma artificiale che ha costruito con una macchina in laboratorio contiene dei pezzetti di Dna che non esistono nel genoma del batterio presente in natura».

Così l’Osservatore Romano, il quotidiano della Santa Sede, commenta la creazione della prima cellula artificiale in grado di autoreplicarsi da parte dell’equipe del biologo americano Craig Venter, primo “mappatore” del genoma umano. Quella del mondo cattolico è una reazione di apertura, seppure con molte cautele. «Al di là dei proclami e dei titoli di giornale – scrive il quotidiano vaticano – è stato ottenuto un risultato interessante. Ora si tratta di unire al coraggio la cautela». L’Osservatore parla di «lavoro di ingegneria genetica di alto livello, un passo oltre la sostituzione di parti del Dna. Ma in realtà – aggiunge – non si è creata la vita, se ne è sostituito uno dei motori. L’ingegneria genetica può fare del bene – prosegue il giornale vaticano -, basti pensare alle possibilità di curare malattie cromosomiche. Si tratta di unire al coraggio la cautela: le azioni sul genoma possono, si spera, curare, ma vanno a toccare un terreno fragilissimo in cui l’ambiente e la manipolazione giocano un ruolo che non deve essere sottovalutato».

Il coraggio non deve essere limitato dalla cautela. Nessuna religione può impedire al progresso la dimostrazione scientifica della vita.

Alla luce di questo nuovo traguardo possiamo affermare che  Darwin aveva pienamente ragione?