Con l’inizio dei Mondiali del Sudafrica 19 milioni di spettatori su Raiuno e oltre due milioni e mezzo su Sky hanno seguito il match. Perché tutta questa attenzione per il mondo del calcio?
ll calcio è molto popolare perché è uno sport con regole molto semplici, che può essere praticato ovunque, infonde i valori della lealtà della coesione, della autodisciplina, che permettono un confronto agonistico regolato.

Tutti i personaggi legati al calcio diventano popolarissimi, in particolare i calciatori sono gli EROI: sono atletici, belli, ricchi ed hanno per fidanzate o mogli donne belle e desiderabili. Per molti ragazzi dunque, i calciatori diventano eroi e personaggi da emulare. Molti sondaggi mostrano chiaramente come le personalità della cultura e della politica siano, fra i giovani, assai meno popolari dei calciatori.

Il meccanismo psicologico su cui tutto ciò fa leva è proprio il bisogno di identificazione di ciascuno in un proprio Eroe, sul quale riversare tutte le speranze di ricchezza, successo e potere, che non si sono realizzate ancora, o che si dispera di poter mai raggiungere. Se i campioni sono di origine modesta, come Ronaldo, ex nino de rua, o Schumacher figlio di un garagista di kart, l’identificazione è ancora più forte, perché il messaggio che arriva è che tutti possono farcela, anche senza i libri.
I problemi maggiori del gioco del calcio sono nelle tifoserie e nella loro voilenza: persone che sviluppano la fede per i colori della propria squadra, che vanno allo stadio, che vivono di ostilità fra gruppi di supertifosi.

Andare allo stadio, per molti tifosi, significa non solo partecipare, ma addirittura ‘fondersi’ con l’evento, con i protagonisti e con gli altri spettatori, fino alla sostituzione finale dell’Io con il ‘Noi’, dove ciascuno si sente a suo modo un protagonista.

Il tifo riesce a placare le ansie di molte persone e di gruppi di persone, che si incontrano ed interagiscono per affermare l’ammirazione per il Campione, per la Squadra, per la città intera, animata dalle stesse emozioni per i suoi nuovi Gladiatori.

La folla della Curva deve essere vista come un gruppo ben strutturato, i cui membri si riconoscono fra loro attraverso la comunicazione simbolica espressa dai loro abiti, dai loro striscioni e dalle loro bandiere.

I tipici boati da stadio, canti collettivi di incitamento o di scherno, rappresentano una sorta di catarsi collettiva, un canto di liberazione e di appagamento, capace di portarsi via tutti gli affanni quotidiani e le tensioni di tutta la settimana, nella rappresentazione di questo rito collettivo. Lo stadio diventa allora il palcoscenico di questi tifosi ultrà, che riescono in questo luogo a dare espressione alle loro frustrazioni, sfuggendo alla noia del quotidiano e vivendo per qualche ora fuori dai limiti e dagli schemi.
I tifosi violenti non si confrontano con un gruppo di tifosi avversari, ma con dei veri e propri “nemici” e da questi nemici si difendono con l’attacco o con la fuga. Le violenze sono facilitate dal fatto che i tifosi si sentono anonimi a livello individuale e quindi si sentono deresponsabilizzati: l’identità del singolo viene infatti a coincidere con quella del gruppo, che protegge e giustifica ogni azione perpetrata contro il “nemico”.

Gli striscioni provocatori, spesso di contenuto razzista, di cui poi i programmi televisivi e la stampa specializzata parleranno per settimane, sono la loro icona, diventano un simbolo, un totem sotto il quale cercare protezione e rassicurazione.
In un momento in cui i giovani identificano nel loro EROE un calciatore emblematica diventa la frase del procuratore nazionale antimafia, Pietro Grasso:

”I miei modelli sono Falcone, Borsellino, Chelazzi, Caponnetto. Questi sono i miei miti, i miei eroi: non sono cantanti, calciatori e veline, ma sono coloro che mi aiutano a continuare ogni giorno in questa lotta alla mafia”.