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Il romanzo è un viaggio angosciante e tortuoso nella psiche di una donna che, sposata a uno psichiatra affermato, finisce per innamorarsi di uno dei pazienti del marito.
La narrazione è affidata a un amico di famiglia, psichiatra anche lui, abbastanza estraneo alla vicenda per poterla raccontare con distacco, ma coinvolto quel tanto che basta per non fidarci troppo di lui come “narratore imparizale”.
Con uno stile asciutto, senza fronzoli, Mc Grath risucchia il lettore dentro la storia, per poi sputarlo via, alla fine del romanzo, distrutto e attonito.
La protagonista femminile, Stella, è una donna insoddisfatta e benestante come ne esistono tante nella vita reale.
E’ sposata con Max, un uomo totalmente incapace di calore umano,eppure brillante e, a suo modo, premuroso.
I due vanno a vivere, col figlioletto, in una villa adiacente alla clinica psichiatrica dove Max ha appena ricevuto un incarico promettente.
E’ un ambiente claustrofobico e surreale quello in cui Stella si ritrova a vivere. I pazienti in via di guarigione godono di una sorta di semi-libertà ed è facile per lei vederli gironzolare in tuta da lavoro nella sua tenuta.
Tra di loro c’è uno scultore, Edgar, accusato di uxoricidio, e Stella vede in lui tutto quello che la sua vita attuale non le offre: il mistero, la passione fisica, l’aura sregolata dell’artista.
Nonostante il narratore-psichiatra intervenga spesso a smorzare qualsiasi possibilità di comunione emotiva tra il lettore e la protagonista, dando continue spiegazioni “diagnostiche” sui suoi comportamenti, si finisce per entrare così a fondo nel cuore di Stella da non poter distinguere più chi siano le vittime e chi i carnefici.
Ora il lettore si ritrova a compatirla, un momento dopo a odiarla, infine rimane col dubbio: “Chi, in questa storia, è davvero normale? Chi di loro non è folle?”
E’ una vicenda in cui non esiste redenzione, né catarsi, ma solo una distruzione lenta e silenziosa, che non ha il fragore di un’esplosione ma il silenzio cupo di un’implosione.
Splendide le descrizioni degli ambienti, dal tetro e asettico manicomio ai tenebrosi sobborghi di Londra, per non parlare della ventosa e grigia campagna gallese.
Sono luoghi che fungono da cornice perfetta alla storia e ne accompagnano l’evoluzione. Non c’è un solo spiraglio di luce in questi ambienti, anche quando ci troviamo in mezzo alla natura, e per questo aspetto lo stile del romanzo sembra affondare le radici in certa narrativa romantica inglese.
Un romanzo che consiglio vivamente a chi ama i viaggi nei meandri della psiche umana e a chi riesce a vedere al di là delle…diagnosi psichiatriche.

 

 

Voto: 7 


Una ciotola per dosare il cibo da concedersi in una giornata: grande al massimo per una fetta di prosciutto, tre fagiolini e uno yogurt. E se il contenuto superava il bordo del recipiente, era una catastrofe. Un cucchiaino per mangiare tutto più lentamente e non finire prima dei genitori: restare a guardarli mentre continuavano a cenare sarebbe stata una tortura per lei, in perenne lotta contro la fame. E poi, le pietanze tagliate in pezzi minuscoli, da sparpagliare e appiattire bene sul piatto, in modo da far sembrare più abbondante quel poco che mandava giù. Tattiche, manie e inganni con cui Justine ha cercato per mesi di nascondere una verità evidente: l’anoressia, che nel giro di tre anni l’ha portata dai 76 ai 40 chili. E a un passo dalla morte. Un tunnel nel quale è caduta per sfidare gli sguardi impietosi e le battute sulla sua taglia forte. Un male che ha attecchito sulla base di piccole ossessioni e insicurezze, normali incomprensioni familiari, e sul desiderio di ribellarsi al ruolo di figlia e studentessa modello. Sui disagi, insomma, di un’adolescente come tante. Justine ha raccontato in un blog le tappe del calvario che ha segnato la sua vita dai 14 ai 17 anni: anoressia, bulimia, dall’illusione di onnipotenza sul proprio corpo al crollo fisico e psicologico, che l’ha costretta al ricovero e all’interruzione degli studi. E il suo diario sul web ha attirato l’attenzione di migliaia di persone, soprattutto giovani, diventando un vero e proprio caso in Francia.

 

Merita.

Nient’altro da aggiungere.